21/10/2011

NON SIAMO UN PAESE PER GIOVANI URGE PIU' FIDUCIA NEL FUTURO

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Caro Direttore, poiché mi occupo fra l’altro di problemi ambientali, desidero rispondere al lettore sig. Vittorio Gervasi e a lei, in riferimento alla lettera pubblicata mercoledì scorso («Dopo il debito pubblico quello demografico»). Faccio intanto presente che l’umanità si stima ammontasse a circa 35 milioni di persone all’epoca di Gesù, che era sotto al mezzo miliardo nell’anno 1000, che aveva raggiunto il miliardo solo nel 1800 e che oggi è molto vicina ai 7 miliardi (se già non li ha raggiunti). Quanto alla disponibilità di energia su scala mondiale, negli ultimi due secoli essa era l’equivalente di soli 100 kg di carbone a testa nel 1860 ma aveva raggiunto i 2000 kg già nel 1990 (da «Population and Environment - Human Science Press» del marzo 1995). Oggi invece l’«impronta ecologica globale dell’umanità» supera del 20% la capacità di rinnovamento della Natura (ci stiamo cioè mangiando il capitale naturale). Per cui, visto che è palesemente irrazionale, per non dire pazzesco, che l’umanità punti a uno sviluppo infinito pur abitando un pianeta finito, a scanso di conseguenze catastrofiche dovrebbero essere gli altri Paesi a imitare l’Italia nella limitazione delle nascite anziché il contrario, e la gigantesca Cina lo sta infatti da anni già facendo.
LEONARDO LIBERO

Non penso che l’Italia debba rincorrere tassi di natalità africani e non penso a uno sviluppo continuo e impetuoso: ciò che mi preoccupa è il ripiegarsi del nostro Paese. Stiamo invecchiando, non abbiamo ricambio generazionale e sempre meno energie nuove. E non sta succedendo per una decisione pianificata (come in Cina, dove la politica del figlio unico ha però portato a rifiutare le figlie femmine tanto che oggi lo sbilanciamento tra uomini e donne è drammatico) ma perché abbiamo poca fiducia nel futuro e troppi ostacoli.
Fare figli e costruire famiglie sono segni di ottimismo e di scommessa sul futuro, meglio che ripiegarsi e rinchiudersi nel declino.

MARIO CALABRESI

 

Da La Stampa, venerdì 21 ottobre 2011, rubrica lettere al direttore

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